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Il Terzo Settore e la sfida del carcere: dall’advocacy al reinserimento reale – BeAfundraiser

Il Terzo Settore e la sfida del carcere: dall’advocacy al reinserimento reale

 

A maggio, presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo, si sono concluse le lezioni del “Laboratorio di progettazione campagne advocacy”.

L’intero ciclo di lezioni è stato incentrato sulle azioni di advocacy che un’organizzazione del Terzo Settore, impegnata nel volontariato carcerario, può mettere in atto. L’obiettivo non è solo sensibilizzare l’opinione pubblica e il decisore politico, ma promuovere l’adozione di buone pratiche capaci di migliorare la vita dei reclusi, sia dentro sia fuori dalle mura circondariali.

Gli studenti e le studentesse si sono impegnati molto e grazie anche all’aiuto di qualificati relatori esterni (magistrati, esponenti di OdV, ecc) hanno elaborato una serie di proposte pratiche e a costo quasi zero.

Il nodo della recidiva e il valore della formazione

L’analisi dei dati e la loro comparazione con l’esterno dimostrano quanto la formazione e il lavoro riducano drasticamente le recidive. I numeri parlano chiaro:

  • La realtà attuale: In Italia, il tasso medio di recidiva tra chi sconta la pena senza percorsi di reinserimento sfiora il 70%
  • L’effetto del lavoro e dello studio: Per i detenuti che hanno accesso a percorsi formativi qualificanti e a misure alternative, la percentuale di chi torna a delinquere crolla drasticamente, attestandosi sotto il 15%

Questo significa che se a un detenuto viene data la possibilità di qualificarsi professionalmente durante l’espiazione della pena, le probabilità che torni a commettere reati si azzerano quasi. Tuttavia, per ottenere questo risultato servono accorgimenti strutturali, ed è qui che il Terzo Settore diventa un anello fondamentale.

Una sinergia necessaria tra pubblico, privato e mercato

Il sistema di recupero deve prevedere una sinergia concreta tra l’Istituzione pubblica (nazionale e locale) e le realtà del territorio. Il detenuto deve ricevere formazione mirata in carcere, ma va anche accompagnato nel delicato momento del fine pena, indirizzandolo verso il mercato del lavoro.

Per essere efficace, la formazione deve allinearsi alle reali richieste del mercato. Oggi mancano figure specializzate in settori chiave come:

  • Artigianato e Costruzioni
  • Settore alimentare e ristorazione
  • Nautica e cantieristica altamente specializzata

Se le aziende collaborano direttamente alla formazione del detenuto già all’interno dell’istituto, il successivo inserimento lavorativo diventa immediato e naturale.

I nodi burocratici da sciogliere

Esistono tuttavia ostacoli burocratici che si trasformano in vere e proprie “porte chiuse a chiave” e che vanificano gli sforzi di reinserimento. Tra i più urgenti:

  • La residenza: l’impossibilità di aprire un conto corrente bancario per chi è privo di una residenza anagrafica
  • L’alloggio: la scarsità di alloggi esterni per i detenuti ammessi alle misure provvisorie o ai permessi
  • I documenti: le lungaggini nel rilascio o rinnovo del permesso di soggiorno per i cittadini stranieri che vogliono svolgere tirocini
  • La mancanza di personale carcerario

È possibile risolvere tutti questi problemi? La risposta è affermativa perché ci sono stati progetti pilota che hanno avuto successo ma serve creare, per ogni Carcere o Penitenziario, una struttura che agevoli il coordinamento tra enti locali (comune), Ministero della Giustizia, Terzo Settore, banche e aziende. Questo consentirebbe di snellire tutte le procedure che oggi diventano montagne da scalare.

 Un investimento per la sicurezza e le casse dello Stato

Un dato economico di rilievo: Mantenere una persona in carcere ha un costo per la collettività di circa 150 euro al giorno (oltre 50.000 euro l’anno per detenuto), di cui solo una minima parte è destinata alla rieducazione.

Alcune migliorie del sistema, spesso a costo zero, potrebbero fare una differenza enorme. Favorire le misure alternative e il lavoro non solo abbatte la recidiva, garantendo più sicurezza ai cittadini, ma genera un risparmio gigantesco di fondi pubblici.

Il Terzo Settore può farsi portavoce di queste richieste perché ne ha l’autorevolezza, le competenze e le energie. Serve però una rete unita, ben documentata e capace di organizzare campagne di advocacy strategiche. Solo così si potranno cancellare i pregiudizi verso i reclusi, dimostrando che una seconda (o persino terza) possibilità data a chi ha sbagliato migliora, dati alla mano, la vita di tutti.